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Monografie: John Mellencamp
Contributed by Anonymous on Wednesday, 20 November @ 15:50:56 CET
Topic: Wine And Roses
a cura di
Mauro Pettinari
Aspettando il box set (4 CD) e il DVD, una breve storia del rocker dell'Indiana

 

Era la metà dei settanta quando John Mellencamp intraprende i primi passi nel mondo discografico. Nato a Seymour (Indiana) nel 1951, piccola cittadina del Midwest, John dopo aver militato in varie band locali, aver “fallito” in diversi lavori ed aver messo incinta a soli diciotto anni una ragazza, decide di provare l’avventura nel mondo musicale. A tale scopo insieme ad un amico compra innumerevoli biglietti di una lotteria tra i quali c’è quello vincente (destino….., qualcuno direbbe). Con i soldi della vincita, i due partono per New York, con la seria intenzione di rimediare un contratto discografico. Nella grande mela dopo vari tentativi entrano in contratto con Tony De Fries, all’epoca manager di David Bowie, che impressionato dalla voce di Mellencamp, lo aiuta a trovare un contratto. Come prima cosa De Fries consiglia il cambio di nome (Mellencamp è di origine olandese e a suo parere poco funzionale e musicale per uno sconosciuto in cerca di gloria), ribattezzandolo John Cougar, con l’idea precisa di farlo diventare il nuovo Bowie. Il primo frutto è l’esordio discografico, “Chesnut Street Incident” (1976), lavoro acerbo e  privo di vera e propria personalità, in cui numerose cover si alternano a brani originali di Mellencamp: la voce in primo piano in un lavoro che risente pesantemente dell’influenza di De Fries e delle sue convinzioni. Stesso discorso per il successivo “A Biograph” (1978), registrato in Inghilterra ed ancor più condizionato da certe sonorità che si dimostreranno se non estranee almeno lontane dal vero spirito di Mellencamp. Seguiranno due lavori di transizione, “John Cougar” (1979) e “Nothin’ Matters and Wath If It Did” (1980), quest’ultimo dalle sonorità molto Rythm and Blues (Prodotto da Booker T.), in cui si notano le notevoli capacità compositive che esploderanno nei successivi album. La caratteristica che spicca in questo periodo è la notevole differenza tra i dischi e i live show, in cui il suono della band di Mellencamp è decisamente più robusto e corposo rispetto ai suoni levigati creati in studio. Stufo dei condizionamenti della casa discografica e dei vari produttori, Mellencamp decide di fare di testa sua, autoproducendo in collaborazione con Don Gheman il successivo lavoro, “American Fool” (1982) e la differenza è evidente sin dai primi secondi del disco: chitarre granitiche, batteria in evidenza (da qui in poi alla batteria ci sarà Kenny Aronoff, che contribuirà in maniera decisiva a creare un sound unico ed immediatamente riconoscibile), assenza quasi completa di tastiere, per un suono rock nel vero senso del termine. La casa discografica  è contraria alla pubblicazione (“Stai uccidendo il tuo sound” confessa Mellencamp in numerose interviste riportando il commento dei discografici). “American Fool” diventerà il suo disco più venduto, primo in classifica per diverse settimane negli U.S.A. e ottime vendite anche in Europa. In un periodo dove le classifiche erano dominate dalla Dance e i suoi derivati, Mellencamp dimostra che un disco “rock” onesto seppur grande nella sua semplicità, può ancora vendere e riscuotere consensi, aprendo la strada a numerosi artisti del genere. Nel 1983 esce “Uh Huh”, superiore come qualità al precedente, dove Mellencamp si riappropria del suo cognome orinale diventando John Cougar Mellencamp: grande sound, grandi canzoni e una Pink Houses (tuttora uno dei brani di maggior successo e qualità di Mellencamp) con liriche forti e polemiche sulla società americana, che da un’idea di ciò che accadrà nel prossimo futuro. “Scarecrow” (1985) e da molti considerato insieme al successivo “The Lonesome Jubilee” il suo capolavoro assoluto. Lavoro fortemente politico, anti-reganiano, al fianco dei piccoli contadini derubati della loro terra per favorire le grandi imprese, dell’uomo comune e della vita in provincia, con sui lati chiari e scuri, pieno di canzoni memorabili e tuttora attuali; grazie ad un suono che a raggiunto i suoi massimi livelli (perfezionati in maniera esemplare dal successivo lavoro) e che vanterà una folta schiera di imitatori (l’anno precedente Mellencamp scrive e produce un’intero album per Mitch Ryder, nel 1985 produce e scrive un brano per la band californiana The Blasters, l’anno successivo i R.E.M. registreranno nei suoi studi personali, con la produzione del suo fido collaboratore Don Gheman, “Life Rich Pageant”……). Nello stesso anno fonda insieme a Neil Young e Willie Nelson il FARM AID, dei concerti a scadenza annuale, tuttora in vita, con ospiti illustri, i cui guadagni vengono devoluti in aiuto dei piccoli contadini, messi spalle al muro dalla malsana politica americana. Con “The Lonesome Jubilee” (1987), Mellencamp consegue la sua consacrazione fra i grandi del rock contemporaneo, con un album geniale nel lavoro di produzione e impeccabile da quello compositivo. I brani, le chitarre e la batteria, ancora di matrice rock, vengono contaminati da strumenti tradizionali come fisarmonica, violino, dobro, banjo... creando una miscela esplosiva e ancora inimitabile, riscuotendo ancora un’ottimo successo commerciale e di critica. Segue un’estenuante tournè mondiale; Mellencamp è all’apice della sua carriera e nel 1989 è pronto il nuovo lavoro, “Big Daddy”. Invece di “cavalcare” le onde del successo Mellencamp esce con il suo album più intimo, acustico e meno immediato, viene promosso minimamente, niente tournè, poche interviste, preferisce dipingere a casa (sua grande passione), piuttosto che immergersi ancora nel marasma del music businnes (ha sempre avuto problemi con lo show-biz, “l’arte finisce quando porto il lavoro alla casa discografica”, sosteneva all’epoca); esemplare è il singolo scelto in questo periodo Pop Singer. Nonostante il prodotto sia ancora di grande qualità, le vendite scendono notevolmente rispetto ai dischi precedenti ma Mellencamp sembra non preoccuparsene. Nel ’91 ritorna con rinnovato spirito con l’album più elettrico, aspro e “sexy” della sua carriera, “Whenever We Wanted”, dove scompare in maniera definitiva il nome Cougar e che lo ritrae in copertina con la nuova compagna (nel frattempo, ho dimenticato, si era sposato due volte), la modella Ilene Irwin, che evidentemente ispirava all’epoca testi e musiche sfrontati e senza troppi ricami. Ancora un ottimo album, monolitico magari, senza un singolo vero proprio, ma sempre di grande spessore. Nel 1991, Mellencamp decide di fare un’esperienza come regista con il film “Fallin’ From Grace”, tratto da una storia di Larry McMurtry, film senza troppe pretesa ma affiancato da un’ottima  colonna sonora che comprende la partecipazione di numerosi artisti, tra i quali Dwight Yoakam, John Prine, Joe Ely, Lisa Germano, lo stesso Mellencamp……, un grande spaccato della roots-rock music di quel periodo. “Human Wheels” è del 1993 e segna il suo capolavoro degli anni novanta. Disco “urbano” e ispiratissimo, segna l’incontro più palese fra il classico sound di Mellencamp e sonorità nere, funky (James Brown è un suo idolo dichiarato), sempre presenti nei suoi dischi, come spirito ed attitudine, ma mai così evidenti. Una menzione a parte per la title-track, Human Wheels, uno dei migliori brani mai scritti dal nostro; ma è l’omogeneità, la varietà e la qualità dell’intero lavoro che lo riporta ai livelli dei tempi migliori e che dimostra la sua multiforme personalità artistica, sempre in cerca di nuovi stimoli e nuove strade da percorrere, ma rimanendo inconfondibilmente se stesso. Il comportamento della casa discografica nei confronti di “Human Wheels” non lo soddisfa e nel giro di poco meno di un anno pubblica un altro lavoro “Dance Naked” (1994), album scarno, con sonorità ridotte all’osso (batteria e chitarre, in qualche brano anche il basso).  Segue una tournè durante la quale Mellencamp viene colto da un principio di infarto (aveva un ritmo di circa quattro pacchetti di sigarette al giorno), che lo costringe ad annullare gli impegni e ad un periodo di riposo. Il ritorno dopo l’infortunio si chiama “Mr. Happy go Lucky” (1996) e segna uno dei lavori più anomali e particolari della sua discografia: un perfetto mix di sonorità moderne, elettroniche, inserite in composizioni che si alternano tra brani “classici” ed altri più elaborati. Un disco complesso ed impegnativo ma ancora riuscitissimo. I problemi con la casa discografica (Mercury records) aumentano a dismisura così Mellencamp stipula un contratto con la Sony music per la quale pubblica nel 1998 “John Mellencamp”, ritornando in parte al suo classico stile, con ottimi brani alternati ad altri di routine.
L’anno successivo salda definitivamente il contratto con la Mercury a cui doveva per contratto un altro album; invece di pubblicare la classica raccolta (del 1997 è un best of del primo periodo della sua carriera con un inedito), Mellencamp propone un lavoro dal titolo “Rough Harvest” (1999) composto da brani già editi ma riarrangiati in chiave acustica, decisamente interessante ed ispirato. Siamo giunti al recente passato con l’ultimo lavoro in studio, “Cuttin’ Heads” (2001), un grande ritorno che in parte riporta alle sonorità del periodo d’oro di “Scarecrow” e “The Lonesome Jubilee”, ottime composizioni e produzione per uno dei sui migliori lavori degli ultimi anni, nello stesso anno viene premiato con un Grammy Awards alla carriera. Per la fine del 2002 è previsto un box antologico dal titolo provvisorio di “Nothing Like We Planned”, un riassunto della sua carriera con l’aggiunta di numerosi inediti, affiancato da un DVD con immagini e collaborazioni poco conosciute. Aspettiamo con ansia.

Mauro Pettinari

 

 

 

 

 


 
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